L’Italia non riparte

Italy-Crisis

Sono trascorsi dieci anni dalla grande crisi dei mutui subprime.

Il mondo ha saputo reagire, l’Italia ancora no… L’Italia non è rimasta ferma, ma ha proceduto con una lentezza esasperante, incagliata nei suoi problemi strutturali. Il mondo è cambiato, mentre gli altri si sono rialzati e adesso corrono, il paese del sole zoppica ancora. Se si osservano le statistiche del Fmi sono eloquenti.

Il Pil americano, dopo il calo del 2,8% del 2009, è salito del 2,5% nel 2010 per poi riassestarsi, negli anni successivi, in un range compreso fra l’1,6-2,4%. Una crescita non indifferente, che ha consentito di assorbire gli eccessi della finanza sull’economia dei derivati e di provare a ricostruire una base industriale in un Paese terziarizzato. Quest’anno, secondo il Fondo Monetario Internazionale, anche in virtù del degli investimenti prospettati dal nuovo presidente e degli effetti positivi delle politiche della Federal Reserve, il Pil americano dovrebbe salire del 2,2 per cento.

Il Giappone, dopo il crollo del 5,5% del 2009, per il Fondo Monetario Internazionale, quest’anno il Pil giapponese dovrebbe essere pari allo 0,6 per cento. Quest’isola ha provato a ripartire con il doping dei tassi zero, per contrastare il pericolo di deflazione, che gravita ancora sull’Italia.

L’area euro è ancora il punto più colpito dalla crisi, sotto il profilo statistico, dopo la flessione del 4,5% del 2009, è tornata a una crescita misurata dell’1,7% nel 2016 e 1,5% nel 2017. Per esempio, nel 2009 la Germania e l’Italia hanno perso rispettivamente il 5,6% e il 5,5% del Pil, ma, già nel 2010, hanno recuperato la prima il 4% e la seconda l’1,7 per cento.

Negli ultimi anni la differenza si è accentuata: nel 2014 la Germania è cresciuta dell’1,6% e l’Italia è scesa dello 0,3%, nel 2015 sono rispettivamente salite dell’1,5% e dello 0,8% e, nel 2016, dell’1,7% e dello 0,8 per cento. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2017, la Germania dovrebbe crescere dell’1,4% e l’Italia dello 0,9 per cento. Il nostro è un passo più lento rispetto agli altri paesi,  a dieci anni dall’inizio della grande crisi, l’economia internazionale sta sperimentando una serie di fenomeni radicali e strutturali.

L’indebolimento della globalizzazione e il ritorno del protezionismo, l’allentamento del libero commercio e il ritorno del primato della politica sull’impresa, dimostrato dall’interventismo promesso dal presidente americano. Il mutamento strutturale è rappresentato dalla fine dell’epoca aurea della globalizzazione: in uno scenario politico internazionale che manifesta una crescente avversione verso i trattati per il libero scambio e un nuovo profilo della manifattura internazionale, dove la classe operaia si assottiglia e impoverisce, mentre la classe media sta conoscendo la paura del futuro e la perdita del benessere.

Il nuovo corso della storia si fonda su una realtà internazionalizzata, nella quale i dati dell’export e i loro rapporto con il Pil, rappresentano un aspetto essenziale della situazione economica globale.

Questo rapporto negli USA era, nel 2008, intorno al 30%: la somma delle loro importazioni e delle loro esportazioni valeva un terzo del Pil complessivo, e, in questi dieci anni, questa proporzione non è cambiata.

Il Giappone è rimasto intorno al 35 per cento. L’area euro, composta da economie per loro natura orientate all’esportazione, è salita dal 78% del 2008 all’85% del 2015, ultimo anno disponibile.

La Germania, che dell’area euro è l’epicentro della manifatturiera continentale, è salita dall’80% del 2008 all’85% del 2015. L’Italia è passata dal 54% al 57 per cento. Questa internazionalizzazione è stata messa in discussione, ma non compromessa dalla grande crisi 2008-2017. Secondo l’Ocse, in questo periodo la quota dell’industria negli Stati Uniti è rimasta stabile intorno al 12,5% del Pil; nell’area euro è intorno al 15, mentre in Germania è salita al 23% del Pil. L’Italia ha perso un punto, scendendo al 16%.

Il nostro paese ha perso, alla caduta del comunismo, il suo ruolo centrale tra Est e Ovest. Nello scenario internazionale siamo diventati più piccoli, meno interessanti e meno influenti. Peraltro, dagli anni Novanta a oggi, da un punto di vista interno, ci sono stati notevoli mutamenti: la fine della grande impresa pubblica e privata, l’ingresso nella moneta unica, la trasformazione dell’imprenditoria e i tentativi di riforma della società e della politica. Tentativi essenziali, ma ancora incompiuti. La transizione è, dunque, ancora in atto.

La produttività italiana, secondo le statistiche dell’Ocse, dovrebbe restare immutata anche quest’anno, mentre crescerà ampiamente negli altri paesi confrontati. Il problema è evidente ed emerge dai dati sugli investimenti: per l’Italia il calo è del 3% nel 2008, del 10% nel 2009, di mezzo punto nel 2010, del 2% nel 2011, del 9,2% nel 2012, del 6,6% nel 2013 e del 3% nel 2014. La stabilizzazione del 2015 (+1,2%), del 2016 (+1,8%) e del 2017 (stima Ocse dell’1%) non colma le perdite avvenute negli anni precedenti, soprattutto in un contesto internazionale, in cui si segnala un forte recupero dell’intera area euro (quest’anno e l’anno prossimo a +3%) e degli Stati Uniti (+2,3% nel 2017 e +5,3% nel 2018).

Nella sua involuzione il tessuto imprenditoriale, che resta il fulcro civile e economico del nostro Paese, nella decade 2008-2017 ha perso il 20% del suo potenziale manifatturiero e ha visto accentuarsi la sua polarizzazione: la stragrande maggioranza delle aziende sopravvive a se stessa, non riesce a uscire dal mercato interno, mentre una minoranza composta dal 20% delle imprese sviluppa la quasi totalità dell’export e produce l’80% del valore aggiunto nazionale.

Il clima, a seguito della grande crisi, è del tutto mutato, sulla mappa del capitalismo internazionale. Alcune nazioni hanno mutato i loro comportamenti: vanno veloci e sono forti. Molte, invece, sono scomparse. E, purtroppo, l’Italia sembra proprio che si sta avviando in questa direzione, incapace di cambiare il suo passo…

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